ESSERE DONNA: esempi grandi e piccoli di chi ha lasciato un segno

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Oggi sentiamo, sempre più spesso, parlare di coraggio al femminile. Di donne che non ci stanno. Di donne che dicono la loro, e che lottano e si impongono contro chi le opprime. Sentiamo le storie strazianti di chi è vittima di abusi, e di chi scappa da chi le voleva “sposa bambina”. Sentiamo storie di donne che si sono emancipate, che hanno deciso di fare le scelte differenti da quelle imposte, che ti cambiano per sempre. Oggi ho deciso di fare un excursus al femminile e una riflessione sul coraggio dell’essere donna. E ricordate che “le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai dovuto mostrar nulla se non la loro intelligenza” (Rita Levi Montalcini).

Nel libro della Genesi (Gn 2, 18-25) leggiamo che il compimento della creazione, ovvero la conclusione reale del creato, si ha quando è creata anche la donna, che non è un optional. Quando Dio vede che non è buono che Adamo sia solo, gli fa un aiuto che gli sia corrispondente, e in ebraico lo stesso termine è usato per dire alleato. Questi nel contesto dell’Israele antico ha una grande importanza, perché l’alleato per eccellenza è Dio, e il rapporto di alleanza tra uomo e donna, indica la stessa sinergia di relazione. La donna è allora l’alleata dell’uomo ed è colei che non sta accanto, ma è di fronte, perché possano vedersi e riconoscersi entrambi. Viene generata dalla costola dell’uomo. Fisicamente e corporalmente, le viscere erano ritenute come i centro dell’uomo, che a sua volta era stato ricavato dalla Terra. Quindi la donna è considerata come il centro stesso del creato. Ogni storpiatura posteriore, a questa iniziale interpretazione della donna e del suo rapporto con l’uomo, e con il mondo che la circonda, è da rivedere e da riconsiderare. Antropologicamente, psicologicamente e fisicamente la donna è differente dall’essere uomo, ma la società (con un retaggio antico) ci ha insegnato che la differenza non va coltivata, bensì eliminata. Lo stesso Gesù, nei Vangeli, insegna ad amare e a rispettare la donna: sono sue amiche, sue seguaci, addirittura seguono i suoi insegnamenti, in un contesto in cui la donna a 14 anni era già in età da marito. Leggiamo in Luca 8, 1-3, che Gesù predicando per le città, accoglieva nelle sue predicazioni le donne, permetteva loro di ascoltare gli insegnamenti, ma normalmente questo non era possibile, perché ricordiamo che era un contesto prettamente maschilista, che Gesù va a scardinare. E il culmine di questa vicinanza alle donne, di questo avvicinarsi a loro, è farsi lavare i piedi da una prostituta, nel Vangelo di Luca 7, 36-50. Lui è in casa del fariseo Simone che lo accoglie in maniera scarsa, e un certo una donna, che era notoriamente conosciuta come prostituta, arriva praticamente strisciando ai piedi di Gesù e con le sue lacrime e l’olio profumato lava con i capelli i piedi di Gesù. Tutto questo crea lo sgomento, perché i peccatori in generale, erano considerati impuri, e perciò tenuti ai margini della società e totalmente lontani da Dio. E il gesto che lei compie (lavare i piedi di Gesù con i suoi capelli, con le lacrime e l’olio profumato) che oggi potrebbe essere considerato un gesto di sottomissione, di calpestamento, lei lo fa con il cuore. E questo perché probabilmente il perdono di Gesù le ha riempito il cuore, l’ha fatta uscire dall’etichettatura sociale dalla quale era segnata, le ha ridonato la voglia di vivere. Quindi non sei chi vuole la società, ma sei chi scegli di essere, riconoscendo i tuoi punti di forza e ripartendo sempre dai tuoi sbagli. Alla fine del Vangelo Gesù la fa alzare, e con il perdono la fa andare via. È entrata praticamente strisciando, con l’amore di Cristo è andata via a testa alta.

Ma oltre agli esempi biblici (minimi seppur importanti), voglio fare riferimento a due donne del secolo scorso, che seppur in maniera minima una e più ampia l’altra, hanno dato un grande contributo alla riflessione sulla donna e sul contesto sociale del loro e del nostro tempo. Sono Simone de Beauvoir e la meno famosa Etty Hillesum. La prima è la più conosciuta, ma forse poco approfondita; è una pensatrice, una filosofa, e anche un’antropologa che ha saputo porre a tema la questione dell’indipendenza della donna in maniera fruttuosa. Nell’introduzione del suo libro La Femme indépendante, spiega che esita a scrivere della donna, perché parlare della donna è irritante anche per una donna. E questo è vero, perché noi siamo sempre tenute a parlare, a spiegare, a giustificarci e a tante altre cose. Della donna poi a suo dire (che è vero) hanno sempre parlato gli uomini, definendola ora madre, ora moglie; non c’è mai stata una interprellazione diretta. Questo decidere da parte dell’uomo chi sia la donna, ha determinato l’assoggettamento a questo, che ha a sua volta caratterizzato per lungo tempo una relazione unilaterale. Simone, non nega la differenza, non nega l’alterità. Ma parte dall’alterità per dire la donna come l’altra, la corrispondente. Va in questo modo assumendo un ruolo, dapprima rompendo gli schemi e poi ricollocandosi nel suo contesto storico, che precedentemente non l’aveva considerata. Ma anche gli esempi di donne artiste, che si fanno raffigurare durante la maternità, o durante toletta al mattino, invitano ad apprezzare e a vedere aspetti ritenuti poco consoni da mostrare, come carichi di una nuova simbologia, che è data proprio dalle donne. E in conclusione pone la questione da un punto di vista umano, cioè: è quel peccato originale che per secoli ci ha condannato come donne, o la società che ha strutturato in questo modo quel passo biblico, non volendo vedere altro? Secondo il suo punto di vista l’ostilità, che viene a crearsi, va situata più un terreno intermedio tra psicologia e biologia. Ma se non si comprendere questo (che sarà ribadito da psicologi soltanto recentemente) la donna sarà interpretata sempre come antagonista, o come oggetto, ed essa stessa corre il rischio di vivere la sua vita sentendosi oggettivizzata, e mai soggetto attivo. Inoltre fa notare come vi sia differenza, anche sul piano spirituale, che non è da interpretare come “mollezza”, “mancanza di coraggio”, “incapacità di sostenere situazioni forti”, ma è un’ altro modo di vedere concepire la vita e le situazioni. Serve allora una giusta interpretazione della nostra trascendenza e della nostra immanenza, finalizzata al giusto rapporto con l’atro.

E concludo citato la seconda e meno conosciuta Etty Hillesum, che scrive un diario tra il 1941 e il 1943. È vittima della persecuzione raziale, ma è un ebrea non praticante. Nel corso della seconda guerra mondiale, ma ancor prima nel momento stesso in cui Hitler emana le leggi raziali, comincia a concettualizzare e ad approfondire il suo rapporto con Dio e con la società in cui vive. In particolare, sente la necessità di capire chi è lei , di interrogarsi su un mondo che si sgretola, che crea delle barriere, e che fa della differenza un modo per schiacciare l’altro. A proposito della sofferenza che vede, dice che questa non è al di sotto della dignità umana: la sofferenza fa parte dell’uomo. La vita che vede vivere, è una vita di paura, di amarezza di odio e di disperazione. Ma anche questa vita va concettualizzata, va compresa nella sua profondità benché incomprensibile; e per farlo e necessario che la donna e l’uomo si calino nel loro smarrimento. Significa per vivere la vita “mille volte minuto per minuto”. Dice Etty:

si può essere stanchi come cani dopo aver fatto una lunga camminata o una lunga coda, ma anche questo fa parte della vita, e dentro di te c’è qualcosa che non ti abbandonerà mai più

Io penso che riflessioni di questo genere, fatte in un contesto bellico, o in un campo di concentramento, sono reazioni forti, che spingono a voler incidere un segno profondo. Etty morirà nel campo di concentramento di Auschwitz, ma le sue compagne la ricordano per gioia con cui affrontava anche quella vita, che sarebbe da pazzi, ma lei accetta la vita e cerca di realizzarla comunque. Il messaggio più bello, da donna veramente forte, è la sua fiducia nell’umanità. Dal suo punto di vista, l’uomo e la donna in quanto creature di Dio, non sono state create per farsi la guerra, o più in generale per usare la diversità come pretesto di soffocamento dell’altro. Ma sono stati creati, in vista di un progetto più grande, per cui serve più coraggio, più tenacia, e meno voglia di scappare dalle cose. Sono due creature in divenire, e il loro divenire li pone di fronte, in un cammino simultaneo.

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