La perfezione di essere imperfetti

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Siamo perfetti. Lo siamo sempre a qualunque costo. Ogni mattina ci alziamo e lo scopo è indossare la maschera di attori perfetti, perfezionati come ci vuole la società. Non siamo: appariamo. Vediamo nell’apparenza di un post su Facebook o di una foto su Instagram la perfezione o l’imperfezione. E lì che scatta il giudizio: tu sei perfetto e tu non lo sei. E ci sentiamo abbattuti quando non siamo all’altezza delle aspettative altrui. Ci abbattiamo per i pochi likes: significa che oggi sono stato di “poco gradimento”, la mia foto profilo non era bella, la mia cena non appetitosa, il mio tramonto poco “profondo” e il mio pomeriggio in barca non era con la gente giusta.

La perfezione è la costante. Dobbiamo essere perfetti a scuola, con gli amici, con i parenti, con i genitori. Chi la conosce la famigerata debolezza? Non si può essere deboli. La società non te lo consente. Ti impone di importi lo “smile”. Oggi leggiamo frasi come “sorridere sempre e comunque”; sorridere a noi stessi (illudendoci) e agli altri (illudendoli). Ci imponiamo di non sentire il dolore, il rumore interiore. Ci lanciamo in tutte le feste, in tutti i divertimenti, con la musica più forte, con il bicchiere più pieno, per essere perfettamente felici all’altezza della felicità artificiosamente costruita.

In questa giostra esaltata fatta di luci, suoni, flash, maschere indossate e mai tolte, abbiamo perso qualcosa: noi stessi. Ci siamo persi, e ci manchiamo. Abbiamo costruito una cortina di perfezione, perfettamente alla moda. Ma l’aver stile risiede nella capacità dell’imperfezione.

Sbagliate, cadete e rialzatevi, piangete, emozionatevi. Non importa, se questo vuol dire andare contro al muro del perfetto. Prendetelo a calci e sfondatelo. Per essere, bisogna riconoscersi. E riconoscersi imperfetti non è l’inizio della debolezza, ma l’inizio della forza, delle potenzialità che abbiamo e che possiamo usare. Solo quando ci riconosciamo fragili, siamo capaci di realizzarci. Come l’araba fenice risorge dalle sue ceneri, così noi dobbiamo imparare a rinascere dalle nostre macerie. Siamo chiamati a scendere dal nostro olimpo, a fare fuori il mondo dorato che ci ha imprigionato.

Dobbiamo avere la pazienza di ascoltarci, di non esiliarci da noi stessi. Dobbiamo riconoscere che il nostro valore viene da noi stessi, e che la cosa più preziosa che abbiamo è il nostro essere unici.

La malattia del nostro tempo è credere di bastare a noi stessi. Questo egocentrismo ci impedisce di relazionarci concretamente, spingendo i nostri rapporti nella totale vacuità. Non accettiamo che l’altro sia il propriamente “altro”rispetto a noi, e che non rispecchi quell’immagine perfetta che abbiamo di lui. Non sopportiamo di vedere fallire, di veder cedere, non tolleriamo l’incoerenza, perché dobbiamo stare tutti sul piedistallo con i riflettori che ci illuminano.

Accettare l’altro per quello che è, è la cosa più difficile oggi, difficile quasi quanto accettare noi stessi. L’altro chi è oggi? Non lo so, se non è sui social e se non frequenta i locali alla moda. Non so chi sia, se non frequenta la gente giusta e non veste firmato. Non posso accorgermi di lui, se non mi fa divertire; se per me è un peso, non voglio conoscerlo. In tutti questi casi ci isoliamo e non comprendiamo la verità fondamentale. Quell’altro, che spesso si impone davanti a me, che scorgo, ma che rifiuto di vedere nella sua interezza è immagine dell’Altro per eccellenza. È per me qualcuno che è posto sulla mia strada e che ha come me un percorso fatto di fallimenti, di cadute, di lotte e di battaglie vinte e perse. È qualcuno che mi aiuta a costruire la mia strada, che mi dà modo di conoscere e sperimentare l’Altro, il Dio che si presenta nella mia vita.

Tante volte schiviamo gli altri, perché in loro vediamo le nostre piccole fragilità e i nostri limiti. Una cosa che l’uomo di oggi soffre, è il suo essere limitato. Lo vive come un dramma esistenziale, perché vede in questo qualcosa che non è e sente di dover trovare da sé la forza per colmare questo vuoto. Quello che dimentica è che il limite non ci fa cadere nel baratro, ma ci apre alla trascendenza, alla scoperta dell’”io” più intimo e autentico; ci dice riscoperta di quell’essere donna e uomo che diventa poi gratificante e pieno di senso.

La realizzazione del nostro essere, dunque, ci permette di vivere in modo qualitativamente diverso, aprendoci all’alterità che ci circonda e permettendoci di trovare in ogni situazione e in ogni persona quella ricchezza che è un punto di forza fondamentale per lo sviluppo di una società, che esca dalla schiavitù delle imposizioni di cui è diventata sottomessa.

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