La prima vittima “eccellente” di Cosa Nostra.

0
500

Temeva già per la sua vita. Aveva scelto di viaggiare da solo, nella carrozza di quel treno che da Termini Imerese lo avrebbe portato a Palermo. Morì lì, l’1 febbraio 1893, raggiunto da 27 pugnalate, nel buio di una galleria: Emanuele Notarbartolo, il marchese di San Giovanni, diveniva la prima vittima “eccellente” di Cosa Nostra.

Nato nel capoluogo siciliano da una famiglia aristocratica, fu esponente della Destra storica, sindaco di Palermo dall’ottobre del 1873 al settembre del 1876 e direttore generale del Banco di Sicilia, ruolo che mantenne dal 1876 al 1890, riuscendo a salvare l’economia siciliana tramite la riorganizzazione del sistema bancario (scosso dopo l’Unità d’Italia) e creando una rete di agenzie.

Il suo lavoro gli inimicò diversi soggetti della classe dirigente, molti dei quali già legati alla mafia. In particolare, durante il governo Depretis, fu affiancato da altre persone nel Consiglio di Amministrazione del Banco, tra cui il deputato Raffaele Palizzolo, il prototipo perfetto del politico colluso, colui che riceveva chiunque avesse bisogno del suo “aiuto” ed, inoltre, implicato in operazioni di borsa illecite e finanziamenti autorizzati dal successore di Notarbartolo al Banco: utilizzando denaro altrui rimpinguava le casse della società armatoriale della famiglia Florio. In seguito all’apertura di un’inchiesta sulla faccenda e alla possibilità che il marchese tornasse al ruolo dirigenziale, smascherando tutti gli eventuali intrecci, è plausibile che Palizzolo avesse ordinato l’omicidio. Gli esecutori materiali vennero identificati in due uomini legati alla cosca di Villabate: Matteo Filippello e Giuseppe Fontana.

Il processo ebbe inizio solo l’11 novembre del 1899 (più di 7 anni dopo l’omicidio, a causa del clima di omertà che aleggiava in quel periodo e grazie all’insistenza di Leopoldo Notarbartolo, figlio della vittima) a Milano: furono convocati solamente i due ferrovieri di turno l’1 febbraio 1893, considerati complici. Leopoldo Notarbartolo fece il nome di Palizzolo e uno dei due ferrovieri citò Giuseppe Fontana (Matteo Filippello era già sospettato).

Il processo si spostò a Bologna e vi presero parte Ermanno Sangiorgi, Questore di Palermo, che anni prima aveva stilato un rapporto sulla mafia totalmente ignorato e Giuseppe Pitrè che depose in favore del deputato corrotto. La sentenza definitiva di condanna nei confronti di Fontana e Palizzolo fu pronunciata il 20 luglio 1902 e prevedeva 30 anni di carcere per entrambi.

Quel che sembrava un atto di coraggio e ribellione verso le associazioni mafiose venne sovvertito sei mesi dopo, quando la Corte di Cassazione annullava la sentenza per un vizio di forma.

Un nuovo processo cominciò a Firenze il 5 settembre 1903 :Matteo Filippello, l’altro presunto sicario, fu convinto a testimoniare in favore dei Notarbartolo salvo poi non presentarsi in aula ed essere ritrovato impiccato nella pensione dove risiedeva: fu sancito che si trattasse di “suicidio”.

Sia Palizzolo che Fontana furono assolti per insufficenza di prove ed il caso fu dichiarato chiuso il 23 luglio 1904.

Quante storie simili abbiamo udito? A questo primo delitto politico-mafioso ne sono seguiti tanti altri, il clima di omertà ha sempre caratterizzato la nostra Italia. Grandi uomini sono morti in nome della giustizia e grazie a loro qualcosa è cambiato e continuerà a cambiare. Ci sarà sempre speranza fin quando gli uomini onesti non cederanno alle paure.

Ricordiamo la storia, ricordiamo gli esempi, quelli veri!

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here