Biagio e Giuditta: due vittime “insolite” della mafia

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Era caldo quel 25 novembre, come se ancora volesse far ricordare ai ragazzi quel falò di agosto col sottofondo delle canzoni di Baglioni; era caldo il clima di quel periodo: il pool antimafia stava combattendo contro i nemici dello Stato.

Quel 25 novembre 1985 poteva essere un giorno di ordinaria spensieratezza per quei studenti del liceo Meli che attendevano alle 13:40 sotto la pensilina dell’Amat il loro autobus, dopo esser usciti da scuola. Eppure quella spensieratezza, che qualsiasi ragazzo ha, quella voglia di vivere, quella sensazione del “domani è un altro giorno”, è stata troncata alle giovani anime: tutto per loro cambia, in un istante.

Quel 25 novembre un’auto di scorta ai giudici Borsellino e Guarnotta sbandò, a causa di un auto che non si fermò all’alt del vigile urbano, travolgendo le giovani anime. In particolare due ragazzi, Biagio Siciliano, di 14 anni, e Giuditta Milella, di 17, rimasero uccisi. Sul marciapiede, nei pressi di Piazza Croci, c’erano una cinquantina di studenti.

Biagio morì all’istante, Giuditta dopo una settimana di agonia. Immediate furono le polemiche, che si trasformarono in pensieri di assalto al Palazzo di Giustizia o alla caserma dei Carabinieri, sedate dagli studenti che stavano dalla parte dei giudici.

Vi fu paura negli occhi di ogni genitore, una volta giunta loro la notizia. Si precipitarono a piazza Croci, con qualunque mezzo o indumento. Volevano riabbracciare i figli. Questo però non fu concesso alla famiglia Siciliano e alla famiglia Milella. Le loro reazioni furono, come ogni genitore può ben immaginare, molto drammatiche: la frase carica di dolore di Nicola Siciliano “Dio, ridammi mio figlio” nella camera mortuaria, dove Maria Stella, la moglie, visse silenziosamente le sue lacrime, ricordando lo sguardo assai dispiaciuto di quell’uomo che poi scoprì essere Paolo Borsellino.

Il questore Carlo Milella, padre di Giuditta, scrisse una lettera al Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga: “Il 25 novembre 1985, Maria Giuditta, la nostra unica figlia, all’uscita del Ginnasio Liceo ‘G. Meli’ di Palermo, dove frequentava la terza B, veniva coinvolta in un incidente. Ventotto persone, fra cui molti studenti in attesa alla fermata dell’autobus, venivano falciati da un’auto di scorta a un magistrato, lanciata a velocità pazzesca. Non sussisteva alcuno stato di necessità con i caratteri propri della concretezza e dell’attualità di pericolo, per cui la velocità folle si risolveva nella causa primaria della tragedia…”.

Biagio Siciliano era un ragazzino timido. Oggi Vincenzo Siciliano ha rilasciato alla redazione di Live Sicilia tali parole, in ricordo del fratello: “Ci indirizzava sulla strada giusta. Era amabile con tutti, scherzoso, dolce…”. Continua : “No, non è normale che una vicenda così, non trovi una risposta alla domanda: perché? Te lo chiedi ogni minuto: perché è successo?”.

Giuditta era la personificazione della sensibilità, considerando gli episodi che raccontano del suo amore verso la natura e la vita.

Oggi il nostro compito è quello di non dover dimenticare quel 25 novembre, quell’incidente voluto dal caso, senza un motivo che possa colmare le risposte dei familiari; di non dover dimenticare l’urlo straziante “Dio, ridammi mio figlio” e il profondo dolore dei familiari dei due innocenti, che si trovarono in quel luogo nel momento sbagliato, senza alcuna colpa; di non dover dimenticare i ricordi che ogni studente, compagno di Giuditta e di Biagio, porterà sempre con sé, senza che la polvere di Piazza Croci possa ricoprire quel sangue visto e quelle anime strappate troppo presto alla vita. Ma queste anime in qualche modo riescono a farsi sentire nella vita di chi ancora vive in questo mondo, perché in realtà non ci si separa mai dai propri cari, da chi si è amato, e a tal motivo quel che può essere una lacrima di dolore può diventare un sorriso, che carezza le immagini in bianco e nero che portiamo con noi.

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