Calogero Zucchetto: il primo caduto degli uomini perduti

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Era un’apparente serata tranquilla quella del 14 novembre 1982, tranquilla fin quando cinque colpi di pistola fecero cadere un corpo giovane in via Notarbartolo, all’uscita del bar Collica, il corpo di Calogero Zucchetto. Aveva solo 27 anni. Ragazzo giovane, ben voluto, intraprendente, esuberante, Lillo (così era chiamato) era la giusta persona da infiltrare: trascorreva nottate intere nelle discoteche e nelle paninerie palermitane, aveva agganci nel mondo della prostituzione, delle sale corse e del mercato ortofrutticolo, punti di raccolta dei malavitosi dell’epoca. La sua grande personalità ha fatto sì che Totuccio Contorno collaborasse con la giustizia e, grazie alle parole del pentito, che definirono le mappe sulle famiglie mafiose, Calogero Zucchetto contribuì con Ninni Cassarà alla redazione del rapporto “Michele Greco + 161”.

Conosceva molto bene le periferie di Palermo, tanto che insieme a Cassarà in sella al vespone si aggiravano soprattutto nella borgata di Ciaculli, zona franca di Cosa Nostra, reputato territorio di Michele Greco. Purtroppo in uno dei giri di ricognizione Lillo è stato riconosciuto da Pino Greco e Mario Prestifilippo, gli stessi che poi lo uccisero, per ordine dalla cupola mafiosa. Lo stesso Zucchetto disse subito ai colleghi “mi hanno riconosciuto”.

 

Ecco allora che Cassarà non volle partecipasse al blitz del 7 novembre per l’arresto del boss Salvatore Montalto, che aveva lui stesso riconosciuto, ma non bastò la protezione del vice questore aggiunto. La vita del futuro marito di Anna Maria Ferla (mancava un mese alle loro nozze) svanì pochi giorni dopo, per mano di vigliacchi, una vita ricambiata con una medaglia d’Oro a valor civile che riporta la seguente motivazione:

«Mentre conduceva una delicata operazione investigativa al fine della ricerca e della cattura di pericolosi latitanti, nel quadro della lotta alla criminalità organizzata, in un vile e proditorio agguato tesogli da ignoti criminali, veniva fatto segno a numerosi colpi mortali di arma da fuoco immolando, così, la giovane vita ai più alti ideali al servizio delle Istituzioni.»

Questo omicidio ha inferto un grossissimo colpo anche alla morale della Squadra Mobile di Palermo, non solo perché si perse un valoroso uomo, un ragazzo solare ed amichevole, un ottimo investigatore, ma anche perché fu un segno premonitore, tanto che Cassarà, dopo la morte di Beppe Montana, dirà a Borsellino (e probabilmente lo pensò già da quando stava portando la bara di Lillo) “siamo morti che camminano”. Tuttavia questa perdita, le chiese vuote ad ogni funerale (che certo un po’ di rabbia la dava), non ha diminuito la voglia di combattere ai membri della Mobile, anzi paradossalmente forse ci si sentiva più forti, perché vuol dire che erano sulla giusta via, erano quelle persone che stavano scomode a Cosa Nostra.

 

Proprio questa mattina la polizia ha commemorato il poliziotto nella ricorrenza del 36 anniversario della sua uccisione. Il questore di Palermo, Renato Cortese, ha deposto una corona sulla lapide del poliziotto della Squadra Mobile proprio sul luogo dell’assassinio. Sul luogo della commemorazione sono state presenti le più alte cariche cittadine, della polizia di Stato, civili e militari e Giuseppe Salamone, cugino della vittima di mafia.

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