Giuseppe Fava: “a che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?”

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“Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi: lottano da trenta secoli contro la mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, al Governo… sono quelli che in questo momento sono i vertici della nazione». Giovedì 5 gennaio 1984, sette giorni dopo aver rilasciato questa intervista a Enzo Biagi, alle ore 21.30 Giuseppe Fava si trovava in via dello Stadio a Catania e stava andando a prendere la nipote che recitava al teatro Verga. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale. Non ebbe il tempo di scendere dalla sua Renault 5 che fu ucciso da cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca.

All’indomani del triste evento lo stesso Enzo Biagi gli dedicò un pensiero: “se c’è una categoria che crea discussione è quella dei giornalisti per il ruolo che svolgono e perché qualche volta la gente confonde lo specchio con la realtà. Su questo mestiere è stato detto tutto il bene e tutto il male possibile perché è un lavoro che si esercita nei plessi del potere, perché sempre tende in qualche modo a condizionarlo e perché talvolta al potere si oppone. […] Ma adesso sento in me un senso di colpa. Devo aggiungere un nome che ha riempito le tristi cronache di questi giorni: Giuseppe Fava. Lo avevamo invitato a Filmstory perché venisse a raccontarci la sua idea della mafia, perché lo stimavamo e sapevamo della passione che metteva nell’indagare sui fatti per cercarvi una qualche verità. Ma ormai in Italia qualche volta anche la parole è diventata una colpa : si può morire o perché si sa o perché si parla. Questo è il discorso che ha fatto Giuseppe fava, un discorso che è stato troncato da 5 colpi di rivoltella”


Giuseppe Fava era nato a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 settembre 1925. Laureatosi in giurisprudenza nel 1947, era diventato giornalista professionista nel 1952, collaborando con diverse riviste. Dal 1956 al 1980 era stato anche capocronista del quotidiano “Espresso sera”. Era un drammaturgo, romanziere, autore di libri-inchiesta.

Fava torna nella sua Sicilia nella primavera del 1980 per dirigere Il Giornale del Sud, trasformandolo radicalmente, rendendolo graffiante, aggressivo, avvalendosi di cronisti giovanissimi.

Agli editori non piace nemmeno la presa di posizione del giornale a favore dell’arresto del boss Alfio Ferlito. Ma questi editori non sono solo semplici imprenditori, sono, come dopo si scoprirà, amici stretti dei boss di Cosa Nostra catanesi con il compito preciso di licenziarlo. Tuttavia a questo clima che aleggiava la redazione si schiera a favore del suo direttore, occupandola. Tutto ciò però fu vano visto che Fava fu rimosso dall’incarico.

Pippo Fava allora dovette rimboccarsi le maniche e capisce che deve diventare l’editore di se stesso. Nel novembre 1982 mette in piedi il mensile I Siciliani che entrerà negli annali come primo esempio di giornalismo militante antimafia. «Quel giornalista», scrive il sociologo Nando dalla Chiesa, nell’introduzione al saggio di Rosalba Cannavò Giuseppe Fava. Cronaca di un uomo, «in realtà, creò altri giornalisti, diede vita a un collettivo, fondò una testata tirandola fuori con tenacia dal mondo dell’immaginazione. Fu un maestro. Un maestro che ha insegnato a battersi, con l’arma della parola, a un gruppo di giovani». La testata si scaglia subito contro Nitto Santapaola, boss di Catania e mira a evidenziare la commistione tra mafia e politica, concentrandosi sempre sul ruolo dell’imprenditoria. Le inchieste verteranno soprattutto sulle attività illecite de «i quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa». Proprio dall’attività del giornalista la Magistratura trovò la pista per trovare i colpevoli dell’omicidio Fava: nel 2001 (17 anni dopo!) le condanne all’ergastolo sono state confermate dalla Corte d’appello di Catania per Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, accusati di essere stati i mandanti dell’omicidio.
E proprio oggi a Catania ricorre la manifestazione commemorativa del 35° anniversario dalla morte di Giuseppe Fava. Al giornale LaSicilia il Presidente regionale dell’Unci, Andrea Tuttoilmondo, ha affermato che “Giuseppe Fava rappresenta un modello di professionalità e coraggio». «Un esempio – osserva – per intere generazioni di cronisti. Professionisti che, nonostante la precarietà e gli attacchi di ogni genere, hanno lavorato alla ricerca di verità”.

La redazione di Siculum.it vuole unirsi all’idea di giornalismo e all’attività di Giuseppe Fava e vuole ricordarlo con le sue stesse parole rilasciate in un editoriale del Giornale del Sud nel 1981: “Io sostengo che la vera notizia non è quella che il giornalista apprende, ma quella che egli pazientemente riesce a scoprire. Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. […]Un giornalista incapace – per vigliaccheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze. le sopraffazioni. le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!”.

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