Noi, orgogliose di pronunciare il cognome Mondo

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Quando a parlare di cosa vuol dire mafia sono i familiari delle vittime, di cosa loro hanno vissuto mentre un loro caro era in servizio, di come hanno vissuto i momenti di difficoltà e i momenti in cui il loro papà o il marito è stato ucciso e di come si vive dopo quei tragici momenti, gli uditori restano lì ad ascoltare, ad emozionarsi, ad arrabbiarsi, a sorridere e piangere con loro.

È questo ciò che è successo ieri e oggi presso il Liceo Scientifico “Ernesto Basile” di Palermo, istituto che nasce nel quartiere Brancaccio, di cui si ricordano diversi tristi episodi, quartiere di Palermo dove la mafia si combattè e si combatte tutt’oggi. Il Liceo ha accolto con un caloroso abbraccio di centinaia di ragazzi la famiglia di Natale Mondo: le figlie Dorotea e Loredana e la moglie Rosalia. A moderare gli incontri è stato invece il docente di storia e filosofia dello stesso istituto Alessandro Chiolo, che ha avuto modo di scrivere nel suo ultimo libro la storia di Natale Mondo che è stata raccontata ai giovanissimi, i quali hanno ascoltato con silenzio monastico.

Natale Mondo fu un agente della Polizia di Stato che prestò servizio a Trapani, dove conobbe Ninni Cassarà, il quale lo volle con lui una volta trasferito a Palermo. Sfuggì miracolosamente all’attentato del 6 agosto 1985, costato la vita allo stesso Cassarà e all’agente di scorta Roberto Antiochia, ma venne accusato da un pentito di essere una “talpa”, accuse che lo resero sospettato di avere fornito alla mafia le informazione sugli spostamenti del vicequestore, e per le quali fu arrestato ed incarcerato a Caserta, tenendolo in isolamento. Ma le accuse non coincidevano con la verità, anzi possiamo dire che è stato molto coraggioso, in quanto riuscì ad infiltrarsi nelle cosche mafiose dell’Arenella per ordine dello stesso Cassarà.

Mondo fu scagionato in seguito all’intervento della vedova Cassarà e di altri colleghi. Ciò però lo espose alla vendetta della mafia, che lo uccise proprio davanti al negozio di giocattoli della moglie, l mondo dei balocchi. Lì gli assassini, dopo averlo ucciso, gli scaricarono addosso i proiettili della pistola in segno di sfregio.

Nonostante la sua assenza era sempre presente” – dice Dorotea Mondo – “seppur vivesse l’ultimo periodo col timore che potesse succedere a noi qualcosa”. Prosegue parlando del “calvario”- così lo definisce – che hanno dovuto affrontare dopo l’attentato del 6 agosto 1985: il pericolo che viveva il papà, il quale aveva paura che potesse accadere qualcosa alla sua famiglia, il periodo della reclusione nel carcere di Caserta e i momenti, si capisce non di certo facili, che precedevano e che seguirono l’attentato.

Io posso dire cosa non ho vissuto” afferma con immensa tristezza Loredana, che in quel 14 Gennaio 1988 aveva due anni e mezzo. “Mi dava fastidio il fatto che i miei compagni dicessero “guarda, mio padre mi ha comprato le scarpe nuove” e io mi chiedevo “ma perché mio padre non mi compra le scarpe?” – mi avevano detto, per non farmi pesare la cosa, che papà era su una nave, su un aereo e io in qualsiasi posto ero, vedendo una nave o un aereo, gridavo “papà, papà vieni da me”.

Mi è mancato quando ci siamo sposate, ma abbiamo avuto anche la fortuna di avere lei (Rosalia) come mamma, che ci ha fatto anche da papà, che ci ha accompagnato anche all’altare. I bambini ci chiedono sempre “il nonno dov’è?”, O chiedono alla nonna “perché sei da sola?” e mi dicevano “mamma, tu non puoi parlare con tuo papà e gli dici che fa pace con la nonna che sempre da sola? Non lo puoi chiamare?”. E’ pesante vivere con questa situazione, specie quando tutti quelli che lo conoscevano ogni volta si emozionano parlando di mio papà. Quindi questa cosa sempre di più mi fa rabbia, perché non so cosa vuol dire festeggiare qualcosa col papà, fargli un regalo, dargli un bacio.”

Ma a mitigare le lacrime sui volti dei partecipanti è stato lo spettacolo presentato, come potete vedere nel video seguente, dal marionettista Angelo Sicilia che ha animato attraverso i pupi siciliani i momenti rilevanti della vita di Natale Mondo.

Intervistando Angelo Sicilia, abbiamo chiesto quale fosse la responsabilità che sente nel rappresentare persone così normali, come Natale Mondo, ma che hanno compiuto delle gesta non comuni, dettate dai valori.

La responsabilità è molto grande perché sono storie che devi recuperare nelle fenditure di questi crepacci che purtroppo son stati formati a Palermo per l’oblio, visto che è una città che dimentica molto facilmente. Sono cresciuto in quegli anni durissimi e il fatto anche di vedere ucciso un mio amico, che aveva 11 anni [ndr. Claudio Domino], con un colpo di pistola, dà purtroppo la sensibilità di poter capire cosa sta accadendo. Questa è stata la salvezza per molti di noi perché vivevamo delle realtà cosi degradate che perdersi, diventando così un delinquente, era facilissimo. Siccome furono tanti gli accaduti, molte delle vittime furono dimenticate. Una tra queste che mi dispiaceva tanto non ricordare era quella di Natale, nato e cresciuto nella borgata palermitana dell’Arenella: è l’incarnazione dell’eroe civile. Ecco allora che penso sia una grande responsabilità rappresentare queste storie, perché capisci che c’è una testimonianza di vita. Ed è quello che bisogna far capire alle nuove generazioni.

Ed è proprio nelle parole di Angelo Sicilia che si scorge quel pathos che mostrano le parole della canzone che hanno modulato lo spettacolo: “un giorno sognai una bambina: giocava col vento. Lei era sconvolta, lei era avvilita, cercava una rosa, una rosa fiorita. Ma cancelli di ferro battuto impedivano a tutti di entrare centinaia di bimbi già adulti con le mani protese al futuro, cercavano di abbattere quel muro”.

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