Un esempio della buona politica italiana: Piersanti Mattarella

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Di uomini politici di spessore morale, che col diritto, con la legalità, passione e amore per la propria terra hanno deciso davvero di rendere la Sicilia e l’Italia un paese con “carte in regola” purtroppo non se ne sente parlare molto oggigiorno. Anzi si è sentito di poteri collusi con la mafia, di poteri apparentemente indifferenti, che di certo negli ultimi anni non hanno affatto migliorato la Sicilia. Ecco perché la figura che oggi si vuole ricordare a distanza di 39 anni dall’assassinio risulta essere una di quelle poche persone politiche che volevano cambiare la nostra terra: Piersanti Mattarella.

Egli, fratello maggiore di Sergio Mattarella, attuale presidente della Repubblica Italiana, nasce a Castellamare del Golfo (TP) il 24 maggio 1935 e figlio di Bernardo Mattarella, esponente di spicco della Democrazia Cristiana (DC), riceve un’educazione cattolica presso i padri maristi del San Leone Magno a Roma, ove la famiglia si era trasferita. Molto attivo nell’Azione Cattolica Italiana, coinvolge tanti compagni in diverse attività sociali nei quartieri della periferia di Roma.

Sicuramente passione ed entusiasmo sono i sentimenti che accompagnano Piersanti Mattarella durante tutta la sua carriera universitaria e politica. Laureatosi in giurisprudenza presso “La Sapienza” di Roma, nel 1958 torna a Palermo, dove sposa Irma Chiazzese e diventa assistente ordinario di diritto privato.

Militante della DC, è certamente ispirato dalla figura di Aldo Moro, il quale pose un occhio di riguardo sull’attività di Piersanti, e dalle parole che Giorgio La Pira ha pronunciato: “Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No: l’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità.”

Eletto consigliere comunale di Palermo nel 1964 nel periodo del “sacco di Palermo” e nel 1967 come deputato regionale, viene nominato assessore regionale al bilancio dal 1971 al 1978: durante i suoi anni di mandato viene attuata un’opera di riordino dei conti pubblici siciliani e viene approvato – anche con l’appoggio del Partito Comunista Italiano – il Piano regionale di interventi 1975 – 1980, cioè una programmazione pluriennale delle risorse regionali. Il 9 febbraio 1978 viene eletto dall’Assemblea Regionale Presidente della Regione Siciliana.

Piersanti Mattarella rappresenta la rivoluzione concreta del potere e della politica siciliana, era uno dei pochi che riconobbe il proliferare del fenomeno mafioso nei luoghi del potere. Era uno dei pochi che sapeva che governare fosse un servizio e non un asservimento dei partiti. Aveva capito che bisognava cambiare e razionalizzare l’andamento della pubblica amministrazione ed eliminare qualsiasi tipo di clientelismo, privilegio, omertà e carrierismo. Quindi lo scopo era vivacizzare e rinnovare l’apparato burocratico stesso. Ciò è stato evidente, e probabilmente è stato uno dei motivi, se non il motivo, che l’hanno condotto alla morte, con la linea politica che Mattarella ha tenuto nella “Conferenza regionale dell’agricoltura” del 1979. Quando l’onorevole Pio La Torre denuncia l’Assessorato all’Agricoltura come fulcro della corruzione isolana e lo stesso assessore come politico colluso con la Mafia, Mattarella non difende l’assessore, come ci si aspetterebbe, ma ammette la necessità di rivedere la gestione dei contributi agricoli regionali.

È il 6 gennaio 1980 quando Piersanti Mattarella viene assassinato davanti la sua abitazione in Via della Libertà a Palermo con cinque colpi di pistola, mentre si trova nella sua Fiat 132 con la moglie, i figli e la suocera, i quali si accingevano ad andare alla messa dell’Epifania. E fu il fratello, Sergio Mattarella, a tirarlo fuori dall’automobile e a sorreggergli la testa e fu lui ad annunciare che non c’era più nulla da fare. Fu il silenzio del giorno di festa.

In un primo momento si pensa ad un assassinio di matrice terroristica, tesi avvalorata dalla rivendicazione di un gruppo neo-fascista, ma la requisitoria, sottoscritta da Giovanni Falcone in qualità di procuratore aggiunto, porta ad individuare i responsabili materiali dell’omicidio in Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, combattenti di estrema destra del Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari).

Dopo la morte di Falcone, avvenuta nella Strage di Capaci, l’assassinio di Mattarella venne spiegato dai collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo, i quali dissero che ad ordinare l’uccisione fu Cosa Nostra, a causa dell’opera rivoluzionaria di Piersanti Mattarella e dei contrasti con Vito Ciancimino, il quale, referente politico dei Corleonesi, siglò un patto di collaborazione con Salvo Lima e la corrente andreottiana.

È dagli esempi che bisogna ripartire, è dalla memoria che bisogna coltivare la retta via per il buon andamento del paese. Non ci si può dimenticare di questi esempi. È bene che le Istituzioni ricordino almeno il nome e la dedizione con la quale hanno voluto dare una spinta positiva all’Italia, è bene che ricordino gli andamenti della storia della politica ed è bene che contrastino veramente i soprusi che questo fenomeno sociale che è la mafia infligge a tutto il sistema dell’Italia.

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