Quote rosa: non l’ideale, ma un punto di partenza

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Susanna Liga

Da giovane donna, consigliere comunale ho avuto modo di sottolineare che ieri l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato una norma sconcertante per le donne, per la civiltà, per la democrazia.

Non credo che le quote rosa, ovvero una legge che imponga una presenza di donne, sia il massimo che ci si possa aspettare. Dovrebbe essere il merito a premiare non il genere, non l’appartenenza a questa o a quell’altra minoranza. Eppure non mi pare di vedere altre soluzioni.

La bocciatura dell’articolo del ddl sugli Enti locali che conteneva la norma sulla rappresentanza di genere nelle giunte comunali è grave e segna un passo indietro sul terreno della presenza delle donne nelle istituzioni. Il PD presenterà un disegno di legge che prevede di migliorare la presenza di genere nelle giunte comunali, nella giunta regionale e la presenza di genere in ogni organismo di rappresentanza di enti o istituzioni regionali.

E’ bene ricordare che “tenendo conto dei risultati del 4 marzo al Senato nei collegi uninominali il 61% di seggi è di uomini, il 39% di donne; nei collegi plurinominali il 64% agli uomini il 36% alle donne. Alla Camera il 65% agli uomini, il 35% alle donne. I primi dati segnalano quindi un numero di deputate e senatrici superiore rispetto a quelle presenti nella legislatura uscente. Sono numeri, questi, che all’indomani delle elezioni hanno fatto titolare i giornali: «Il Parlamento col più alto numero di donne di sempre» ma a questo accade proprio perché c’è una legge che ci garantisce.

Infatti, da fonte Geniodonna, nella Pubblica Amministrazione, invece, il 62% dei dirigenti generali e degli ispettori è di sesso maschile; al ministero di Giustizia le donne sono solo il 20 per cento, anche se i magistrati in servizio sono per il 52% maschi e per il 48% donne. Ma la composizione degli uffici semidirettivi e direttivi delle sedi giudiziarie è a favore degli uomini. Per esempio i dirigenti negli uffici giudicanti sono per l’83% di sesso maschile e per il 17% donne e fra i dirigenti degli uffici requirenti i maschi sono all’89%.

Per quanto riguarda le aziende private nei Consigli d’amministrazione, la presenza femminile è salita dal 14 al 15,7%, e, secondo quanto riportato dall’Osservatorio di Unioncamere, a fine 2013 quasi un’impresa su quattro in Italia è guidata da una donna e le aziende a testa femminile sono aumentate di 3.400 unità. Peccato che a livello globale la donne nei Cda siano il 24% – fonte Sole 24 Ore.

Per cui o si prova a dare una scossa a questo sistema, oppure le cose non cambieranno mai. È un compromesso necessario. Sì, perché è vero, non è bello pensare che ci sia bisogno di una legge che ci renda specie protette e ci permetta di entrare nei ruoli di comando solo per via della nostra anatomia – e non della nostra testa, delle nostre capacità, della nostra preparazione. Però da qualche parte bisogna iniziare. E in qualche modo bisogna “educare” il potere maschile, a doversi confrontare con un altro tipo di potere. Per queste ragioni confermo lotteremo contro questo provvedimento folle, proposto dai Grillini ma votato nel segreto da tanti uomini della maggioranza di centrodestra. Adesso tocca a Noi riprendere la lotta per affermare la presenza delle donne.

Susanna Liga – Consigliera comunale di Casteldaccia

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