Nicola Rignanese: i suoi lavori passati e alcune indiscrezioni future!

0
686

D: Iniziamo parlando della tua formazione professionale. Come sei diventato attore?
R: Un po’ per disperazione, un po’ per gioco. Ero un ragazzo di 18 anni nella mia città, Foggia, una capra a scuola, sono stato bocciato varie volte. Foggia in quegli anni poteva essere una città pericolosa. Così con uno dei miei migliori amici ci trovammo davanti ad un manifesto di laboratorio teatrale e così andammo a presentarci a Guglielmo Ferraioli. Il laboratorio costava 50.000 lire al mese, che noi non avevamo, ma Guglielmo fu lungimirante e ci invitò a fare delle lezioni gratis di prova. Quindi entrai nel teatro, vidi la lucina rossa fioca, il velluto delle poltrone e fu un colpo di fulmine. Entrai successivamente in una compagnia teatrale, mi iscrissi al DAMS, ma capivo che Foggia mi stava stretta e che volevo vivere di recitazione: non mi interessava il suo aspetto teorico.

D: Come sei arrivato al piccolo e al grande schermo?
R: Per me non ci sono grandi differenze rispetto al teatro. E’ un’unica cosa: ci sono bravi attori e pessimi attori. E’ una leggenda quella degli attori di teatro che hanno la voce impostata… per l’amor di Dio, ci sono i tromboni, ma ci sono anche attori teatrali di altissimo valore. Il talento, a prescindere, ce l’hai o non ce l’hai. La differenza è che il mezzo televisivo e cinematografico ti permettere di raccontare tantissimo con poco. Una caratteristica per me quando lavoro non è essere più bravo o meno bravo, ma dare unicità a quello che fai, cioè come fai tu quella cosa non la deve fare nessuno. Bisogna che tu stesso ti trovi in difficoltà a ripeterla, sebbene le battute e il contesto siano identici.

D: Quando hai partecipato a Qualunquemente, come hai fatto a calarti in quella realtà in cui il tema dell’illegalità e della promessa elettorale viene esaltato? Come si riesce non far passare che il personaggio di Cetto La Qualunque è un idolo?
R: Quello è un territorio un po’ minato, nel senso che il fascino del male c’è; però io non sono fra quelli che pensano che, siccome il protagonista negativo ci sta simpatico, allora si sta esortando a fare del male. E’ un fatto indipendente: o sei una brava persona o non lo sei. Inoltre lo scopo della commedia è quello di creare un legame fra il protagonista e il pubblico e far sorridere, possibilmente con intelligenza e non con banalità. Altro discorso quando racconti il male in una storia truculenta: mi è capitato e mi sono posto il problema in prima persona di voler eliminare il fascino del male, volevo che il personaggio malvagio risultasse viscido. Non è facile in questo caso, perché al contempo devi creare empatia fra il pubblico e il prodotto e distanza fra il pubblico e il personaggio.

D: Invece nella serie La mafia uccide solo d’estate hai interpretato Boris Giuliano, cambiando prospettiva e indossando le vesti della legalità.
R: Guarda io non amo molto la psicologia a tavolino, sono un attore abbastanza istintivo. Ho i miei pensieri approfonditi sul concetto di psicologia del personaggio, però io sono stato nel carcere di Volterra, dove c’è la compagnia della Fortezza (fra le più premiate d’Europa), dove ho incontrato persone legate alla mafia, alla camorra e ad altri reati anche gravi. Loro hanno imparato la capacità di reazione: tu chiedevi loro di ridere, di saltare, di piangere e loro trovavano un modo o  un mezzo per soddisfare quella richiesta che in quel momento veniva fatta dal regista. La psicologia e il pensiero arrivavano dopo.

D: Hai lavorato diverse volte con Gigi Burruano, che è venuto a mancare recentemente. Qui a Palermo hai visitato la camera ardente.
R: Ci tenevo tanto, sapevo che non stava bene, però tutte le volte che l’ho incontrato mi ha insegnato un sacco di cose. Era veramente un elegantone, un attore mediterraneo: grande sintesi, minimale, grande teatralità. Fortunatamente Gigi mi aveva preso in simpatia e abbiamo girato tante cose, da Qualunquemente a Santo Stefano, a un western, a Tutto tutto niente niente. L’ultimo lavoro assieme è stato sulle scene di Boris Giuliano, con Adriano Giannini e la regia di Ricky Tognazzi. La camminata dei Cento Passi che Luigi Maria [n.d.r. Burruano] ha fatto è, secondo me, una delle scene più belle mai viste, sia sul piano dell’inquadratura, sia sul piano dell’intensità.

D: A cosa stai lavorando attualmente?
R: Ho finito una cosa importante che è Questo nostro amore, un prodotto di Rai 1, siamo alla terza stagione e andrà in onda a gennaio con Neri Marcoré, Anna Valle e Manuela Ventura. E’ una storia – anzi, una saga ormai – della famiglia del mio personaggio e di quello Neri Marcoré, ambientata negli anno 60, 70 e 80. Io provengo dalla Sicilia, operaio della Fiat negli anni 60, vado a costruire il “Grande Nord”, faccio salire da me la mia famiglia composta da quattro figli maschi e da mia moglie; contemporaneamente si sviluppa la storia dei personaggi di Neri Marcoré e di Anna Valle, che sono due concubini (all’epoca era un reato), vengono mandati via da vari condomini fino a che finiamo per vivere nello stesso pianerottolo. Nasce un iniziale contrasto fra i due padri di famiglia, ma successivamente, grazie alle rispettive mogli, le due famiglie si conoscono e fanno amicizia. Alla fine si sviluppano queste due storie parallele e vediamo queste due famiglie nel corso degli anni. Gli anni 60 e 70 sono diretti da Luca Ribuoli – lo stesso de La mafia uccide sono d’estate.

D: Quindi è una storia sul riscatto sociale?
R: E’ una storia su certi anni in cui le famiglie allargate già esistevano, ma non si chiamavano così ed erano molto più concrete. Era un’ Italia che stava bene, ma che si era rimboccata le maniche per stare ancora meglio. Grazie a questa ricostruzione sociale fatta dal regista e dagli sceneggiatori, la serie ha avuto un record di ascolti.

D: Qual è il tuo prossimo lavoro?
R: Si tratta de Il Cacciatore di mafiosi, la storia del procuratore Alfonso Sabella nell’ambito della lotta fra lo Stato e la mafia nei primi anno 90 del secolo scorso. Il protagonista sarà Francesco Montanari, che abbiamo già vista nel ruolo del Libanese in Romanzo Criminale, ma non posso dirvi altro…

Grazie, Nicola, per averci dedicato un po’ del tuo tempo!
Grazie a voi, invece!

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here