Stefano Piazza: dell’inconsapevolezza… un mestiere

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Stefano, iniziamo parlando del tuo personaggio, a metà fra il giornalista satirico e il comico. Come descrivi te stesso dal punto di vista professionale?
Lascio che siano gli altri a descrivermi, così ognuno con la propria fantasia e soprattutto, spesso, con la propria inconsapevolezza può aggiungere una minchiata a quelle che già dico io. Dunque il mio personaggio diventa qualcosa che cambia di volta in volta, in modo da spezzare la monotonia di chi fa sempre le stesse cose.
Perché hai parlato di inconsapevolezza?
Perché l’inconsapevolezza è una delle consapevolezze che io ho scoperto. Prima non ne conoscevo l’esistenza, invece poi mi sono accorto che l’inconsapevolezza è una costante che appartiene a molti: ciò che è incredibile è che sono inconsapevoli di possedere l’inconsapevolezza. Quindi abbiamo la comicità inconsapevole di persone che sparano una battuta senza sapere che quella è una battuta, persone che sono comiche soltanto con l’espressione giusta del viso; poi abbiamo l’inconsapevolezza di chi non sa come vanno le cose, ma vuole sempre criticare gli altri.
Questo aspetto che hai appena chiarito è correlato con Piazza Grande? Per la prima volta qualcuno va ad intervistare il ceto più popolare, che solitamente non fa notizia.
Hai centrato in pieno l’obiettivo. Intanto perché filmare e registrare l’inconsapevolezza diventa interessante perché si parla di ciò che non si conosce, si scoprono degli aspetti che viceversa non si renderebbero palesi: il mio compito poi è quello di filtrare le cose più simpatiche e divertenti. Altra cosa giusta che hai detto è che generalmente il ceto popolare non fa notizia o, meglio, dai media spesso viene sfruttato in contesti drammatici, ma l’opinione comune non viene mai chiesta alla gente, ma agli appartenenti del tessuto socio-economico più elevato. Il mio scopo, all’inizio di Piazza Grande, era quello di dare voce a chi generalmente non è considerato; questo ha fatto sì che la gente se ne innamorasse. Succede spesso che la gente chieda di essere intervistata.
Altra tua importante esperienza è stata Eccezionale veramente. Cosa ha rappresentato per te questo programma?
Un modo per andare a sparare minchiate a livello nazionale. A parte lo scherzo, è stato anche motivo di arricchimento, di confronto con persone nuove, con un pubblico straniero – in quanto sono italiani, con chi deve giudicarti. Essere giudicati non è una cosa proprio carina, se fossi giudice alla fine chiederei a chi si è esibito di decidere autonomamente se andare avanti o fermarsi, di capire da solo se continuare a fare spettacolo, di fare autocritica. Ho provato a rivoluzionare il mondo dei talent, ho chiesto ai giudici di farsi da parte in modo che io potessi giudicare me stesso. Se fosse dipeso da me, io avrei vinto; avrei fatti il vincitore, il giudice e anche il pubblico. Non hanno voluto accettare.
Prima di te è andato ad Eccezionale veramente un altro palermitano: Roberto Lipari. Questo è un esempio di come Palermo sia terreno fertile per la comicità. Come spieghi questa fertilità? Esiste una scuola o è qualcosa che portiamo dentro?
Il motivo per cui a Palermo ci sono tanti comici è di natura storica. Basta guardarsi indietro, prima dell’Unità d’Italia. Nel Regno delle Due Sicilie c’erano due città, le più importanti, che erano Napoli e Palermo. Sono città di per sé comiche, non c’è quasi bisogno (e sottolineo quasi) di fare scuola di teatro; in realtà, però, non è così perché la scuola di teatro è importantissima, ti insegna il mestiere. Ma c’è un’indole, che ci appartiene, che ci porta sempre a scherzare e a giocare.
Come si arriva allora a quei momenti di serietà nei vostri lavori?
Ci sono momenti di serietà? Scusa, ma non me ne sono accorto.

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