Gianluca Sammartano: il talento che sta conquistando Palermo

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Dite la verità, avete sentito parlare almeno una volta di Gianluca Sammartano. Sicuramente siete stati immortalati in uno dei tanti servizi realizzati o, più semplicemente, vi è sbucato davanti tra le strade di Palermo e Bagheria con al collo la sua Fujifilm. Oggi ve lo presentiamo con una lunga intervista, nella quale ci racconta aspetti privati e pubblici della sua vita professionale.

Gianluca Sammartano è uno dei fotografi emergenti più conosciuti della provincia. La profondità umana degli scatti, accompagnata da un taglio antropologico puro, sono il suo tratto distintivo. Geometrie armoniche tendono a conferire purezza ed equilibrio al suo stile fotografico. Nonostante la giovane età Gianluca è noto anche per avere fotografato intere generazioni di ragazzi, collaborando a pieno titolo con i Licei di Bagheria dove organizza dei corsi di formazione fotografica improntati maggiormente su una visione sociologica della fotografia, intesa come linguaggio e mezzo di comunicazione.

Nel luglio 2018 ha inaugurato uno studio fotografico nel cuore pulsante di Bagheria, in via Mattarella 138. Una location disegnata e arredata dall’architetto Noemi Galati, in linea con il gusto estetico nordeuropeo contemporaneo, dal design minimalista e il trionfo dei colori neutri.

Foto della sala di aspetto dello studio fotografico

Allora Gianluca, anzitutto complimenti per questo splendido studio e per avermi concesso questa intervista. Rompiamo subito il ghiaccio: quando hai conosciuto la fotografia?

Grazie a te Anthony e a tutta la redazione di Siculum. Credo che nel mondo della fotografia esistano due tipologie di individui: i fotografi per caso o per esigenza e quelli che sono nati con questa vocazione. Io appartengo alla seconda categoria. Ho realizzato un piccolo reportage fotografico all’età di 5 anni con una macchina fotografica automatica e già le fotografie scattate avevano una logica in termini compositivi e di senso. Quando guardo quelle fotografie sorrido e mi rendo conto di essere un predestinato. La sensibilità è la chiave che consente di raccontare la realtà che ci circonda e, talvolta, è una caratteristica assente in molti fotografi.

Una delle caratteristiche che mi hanno sempre incuriosito è inerente al tuo background culturale. Laureato in antropologia culturale, scrittore di articoli e saggi, musicista, viaggiatore, fotografo, doppiatore, imitatore, regista, sceneggiatore, c’è dell’altro?

Mi piace conoscere, sperimentare, studiare l’essere umano a tutto tondo. L’antropologia mi ha salvato la vita. Non avrei potuto studiare altro. Nei dettagli, nelle sfaccettature eterogenee della società risiedono barlumi di verità e sono questi che mi spingono a fotografare. L’impulso di raccontare l’uomo attraverso l’obiettivo della fotocamera è arrivato un pomeriggio piovoso nell’aula seminari della facoltà di Lettere e Filosofia. Stavo osservando un documentario etnografico realizzato in Lucania da Ernesto De Martino a cavallo tra gli anni 50 e 60. Il Tarantismo nel sud dimenticato, terra del rimpianto. E’ scattato qualcosa, nel profondo del mio inconscio. Il giorno dopo ho comprato un manuale di fotografia e da lì è iniziato il mio percorso professionale.

Quali sono stati i tuoi primi soggetti?

Ho iniziato in modo didascalico. Strade, vicoli, festività, rituali, tradizioni popolari, uomini e donne. Successivamente ho lavorato come fotografo per l’associazione sportiva della quale sono vicepresidente. Pian piano mi sono fatto strada nel mondo delle serate in discoteca per pagarmi gli studi. Non era quello che volevo fare. Abbandonai le discoteche e approdai nel mondo delle cerimonie. Ho realizzato più 1000 servizi fotografici, molti dei quali compleanni. Qualcuno tempo fa mi definì il “re dei diciottesimi”. Ho sempre odiato questi appellativi. Pur non rinnegando il mio passato ammetto che si è trattato di un fardello pesante da scrollarmi di dosso. Oggi limito drasticamente in numero di compleanni e li concedo solo ai clienti (pochi) che puntano sulla qualità estrema. La wedding photography è il mio presente. Lavoro da matrimonialista con grande soddisfazione, offrendo alla coppie un servizio diverso da quello che propongono la maggior parte dei colleghi. Nel tempo libero continuo a realizzare reportage in giro per la Sicilia e quest’anno collaborerò con un gruppo di antropologi dell’Università di Palermo.

Tocco un argomento spinoso e spero di non infastidirti. Noto, e non sono il solo, che tantissimi ragazzi provano ad emulare i tuoi scatti, la tua postproduzione, i servizi che offri, e addirittura i post che scrivi sui social. Sono ragazzi che spesso lavorano “abusivamente”. Cosa ne pensi?

L’imitazione fa parte del percorso professionale, nessuno è originale al 100%. Non dimentichiamo che l’imitazione è la più alta forma di ammirazione. Io ho provato ad imitare Ferdinando Scianna, Robert Doisneau e George Rodger, i ragazzi ai quali ti riferisci imitano Gianluca Sammartano. Ognuno sceglie i propri maestri.

Foto dell’angolo bar dello studio fotografico

Ti definiresti un artista?

Ti rispondo parafrasando Benedetto Croce e Fabrizio De Andrè: fino all’età di diciotto anni tutti si definiscono artisti. Dai diciotto anni in poi continuano a definirsi artisti solo i veri artisti e i cretini. Io precauzionalmente preferisco definirmi un artigiano. Ho modificato questa famosa frase per rendere l’idea. La fotografia è un’attività di artigianato. Nel mio modo di interpretarla la vedo a metà strada tra la scultura e la pittura. I veri artisti sono coloro i quali hanno creato uno stile, dettato a livello mondiale le linee guida del settore, innovato e rivoluzionato il sapere fotografico. Ultimamente mi è toccato leggere le parole di un ragazzo che scriveva: “non chiamatemi fotografo, chiamatemi artista”. Poco più che ventenne, tira avanti con servizietti amatoriali poco pagati e ha alle spalle un paio di anni di esperienza. Aveva ragione Umberto Eco quando diceva che i social hanno dato voce ad un esercito di cretini. Facebook e instagram hanno trasformato l’ignoranza in arroganza, oggi sinonimi.

Puoi anticiparci alcune novità che lancerai nel 2019?

Newborn photography ed un’altra che però al momento tengo per me.

Cosa è la newborn photography?

E’ un genere fotografico nato negli USA alcuni anni fa. Da pochi anni è approdato in Italia riscuotendo un discreto successo. Si tratta di fotografie posate di neonati, tra il primo e il quindicesimo giorno di vita. E’ forse il genere fotografico più complesso tra quelli nei quali mi sono cimentato. Occorrono mesi, forse anni di studio e pratica. Non tutti possono farlo e il monopolio è detenuto dalle fotografe donne. Gli uomini evitano di avere a che fare con i bambini, io vado controcorrente. In fotografia non esistono differenze di genere, se non nel linguaggio. Adoro i bambini e ancor di più relazionarmi con le famiglie. Vedere un genitore emozionarsi durante le sessioni fotografiche è un sensazione gratificante che non può essere spiegata a parole.

Cambiamo argomento. Cosa pensi di Bagheria? Perché più volte in passato mi hai confidato di sentirti più palermitano e meno bagherese?

Sono un palermitano perché ho trascorso la mia infanzia a Palermo, la mia famiglia e i miei amici sono palermitani. La mia città è Palermo, Bagheria mi ha adottato.

La cosa che ti ha colpito di più nei soggetti che hai fotografato?

Il bisogno di ricevere e dare amore.

Per adesso concludiamo qui, ma vogliamo in futuro l’esclusiva del progetto che non hai voluto rivelare!

Certamente, Anthony. Un caloroso saluto a tutti i lettori di Siculum e ancora grazie!

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