Una storia che non tutti conoscono: quando Borges visitò Bagheria

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Era il Marzo del 1984. La temperatura mite e il cielo sereno rendevano Villa Palagonia un incanto. A due passi dalla primavera le file di mostri incolonnate a guardia del giardino apparivano inaspettatamente aggraziate e pronte ad accogliere gli ospiti venuti da lontano. Ferdinando Scianna inserì una pellicola monocromatica nella sua macchina fotografica e si preparò a fotografarlo. Una serie di scatti tra le balaustre e sulle due panchine in marmo, seduto con Maria, compagna di vita e futura sposa. Uno primo piano sullo sfondo di mostri orripilanti e verdi fichi d’India ed uno all’interno della sala degli specchi. In quell’immensa sala circondata a tutto tondo da specchi frammentati Jorge Luis Borges non vide la propria immagine riflessa. I suoi occhi avevano smesso di vedere ormai da anni. Eppure il suono del bastone che portava sempre con sé lo guidava per le stanze della villa con notevole disinvoltura. Gli altri sensi gli permettevano di scrutare il sublime. Le mani accarezzavano le pareti, tra domande e battute umoristiche. Borges vide tutto ciò poteva essere visto in quella quasi primavera di trentatré anni fa.

Il poeta, scrittore e saggista argentino Jorge Luis Borges atterrò in Sicilia nel Marzo del 1984, accompagnato dalla compagna Maria Kodama. Non era mai stato in Sicilia ma conosceva molto bene Palermo. Borges nacque nell’immenso quartiere di Buenos Aires che porta il nome di battesimo del capoluogo siciliano. Palermo è, infatti, un barrio argentino tra in più noti della città. Quartiere elegante attraversato da viali alberati e grattacieli, ricco di giardini, piazze e riferimenti storici che rimandano alla storia risorgimentale d’Italia. Secondo la tradizione il fondatore di quel barrio fu un Siciliano, tale Josè Dominguez Palermo, nato in Sicilia nella metà del Cinquecento. Un legame simbolico che carezzò la curiosità di Borges e che finalmente trovava compimento nell’incontro tra l’uomo e la terra immaginata. La prosa borgesiana, così come la poesia, ha sempre colto l’essenza del doppio, le sfumature gemellari, le “finzioni”, il gioco di specchi. Il riflesso, dunque, si configura non solo come punto cardine della sua produzione letteraria ma soprattutto come habitus della sua intera esistenza. La Palermo siciliana si apriva ai suoi sensi come un riflesso del mondo in cui crebbe, tra i giochi d’infanzia nei vicoli argentini con i figli dei migranti italiani e i parchi della capitale, luoghi di forte ed intima ispirazione poetica. Borges ritrovò in Sicilia dei frammenti di vita, da sempre sognati, della patria argentina. Una “patria simbolica”, pertanto, vissuta con incantevole stupore soltanto negli anni della senilità. Il viaggio di Borges fu organizzato dalla casa editrice “Novecento”di Domitilla Alessi in occasione della consegna del premio la “Rosa d’oro”, creato ad hoc per l’illustre ospite. Durante la permanenza nell’isola, Borges visitò Palermo, Bagheria, Selinunte e Agrigento. Bastarono appena nove giorni per materializzare quell’amore idealizzato per l’isola. Il giornalista siciliano Agostino Spataro ha tentato di ripercorrere le tappe principali di quel viaggio nel testo“Borges nella Sicilia del mito” (2014) in cui viene tracciato il cammino di Borges attraverso le parole della moglie Maria Kodama, intervistata all’interno dell’aeroporto di Buenos Aires. Tra i numerosi aneddoti presenti nel testo appare interessante il passaggio sul legame, già citato, tra le due città “quasi”gemelle . << Ricordo che Borges era molto contento di andare in Sicilia. Per lui era una sorta di viaggio iniziatico alla scoperta di Palermo, la città da cui si origina il nome del suo barrio natale, e dell’Isola di Omero e dei filosofi greci a lui familiari… per Borges, Buenos Aires non è nata a la Boca, ma a Palermo>>. Maria Kodama riporta in vita, inoltre, il ricordo dell’estrema sensibilità del suo compagno di vita: << Al museo di Selinunte si emozionò mentre toccava i vasi, le statue scolpite venticinque, venti secoli prima, toccate ed ammirate da migliaia di persone prima di lui».

Anche Domenico Porzio, il quale visitò con il poeta il museo archeologico di Palermo, registrò la sua speciale sensibilità. Porzio racconta infatti che Borges si avvicinò ad un busto di Giulio Cesare e, accarezzandolo, si avventurò in una simpatica recitazione dei versi di Skakespeare che – secondo lui – «doveva essere d’origine italiana giacché nella metafora tendeva troppo all’iperbole ed era “il meno inglese” degli scrittori inglesi>>.
Fu però Bagheria a colpirlo profondamente, per via dell’originalità artistica di villa Palagonia, unicum architettonico di indiscusso valore. Quelle strane figure antropomorfe e zoomorfe, attraenti quanto repellenti, lo incuriosirono vistosamente. L’eco diffuso dei suoni nelle sale interne, la quiete tra gli alti arbusti del giardino e il tema del doppio evocato dal gioco di specchi resero la percezione di quel luogo ancora più misteriosa. <<Gli specchi, e la
copula, sono abominevoli, perché moltiplicano il numero degli uomini>> scrisse in “Finzioni” (1944), l’opera forse più celebre. Abominevole dunque gli apparse villa Palagonia, tripudio di mostruosità fascinose, bestiali quanto incantevoli, ma al contempo di folle e geniale piglio artistico. Di quell’esperienza ci restano pochi scatti, realizzati magistralmente da Ferdinando Scianna, che ci riportano indietro nel tempo, dinnanzi ad una stagione culturale molto intensa, pregna di infaticabili studiosi e di eventi letterari di prim’ordine. Dopo più di trent’anni dalla visita di Borges a Bagheria, quelle immagini, insieme ai racconti dei suoi accompagnatori, ci permettono di condividere l’esperienza umana di uno dei più grandi letterati del secolo appena trascorso.

“Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.” (Borges, 1960)

Intruduzione e testo di Gianluca Sammartano

Note:

A. Spataro “La Palermo di Buenos Aires” in “La Repubblica” del 29 dicembre 2005
A. Spataro,
Borges nella Sicilia del mito: intervista e conversazione con Maria Kodama, 2014 (pubblicazione non commerciale)
Jorge Luis Borges, L’artefice, traduzione di Francesco Tentori Montalto, collana “La scala”, Rizzoli, 1963, pp. 211

1 COMMENT

  1. I miei complimentissimi! Grande talento artistico. L’armonia e la fluidità con la quale tu parli del filosofo e della nostra bellissima terra sono quasi toccanti. Poi Borges che arriva in Sicilia e si emoziona nel toccare i nostri tesori… che meraviglia! La nostra terra vale tanto, trasmette tanto ed è un diamante che non smette mai di brillare.

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