Verità e giustizia, ma il Paese deve vincere le proprie paure

0
511

Proprio ieri nel giorno della ricorrenza dei defunti, con un giovane amico avvocato, dopo esserci soffermati sulla pulizia e sul decoro del cimitero, ci siamo ritrovati a parlare e rievocare vecchie e nuove storie di uomini, donne e bambini, morti o scomparsi e di ingiustizie subite e sopite, di diritti negati e smentiti ed infine rivelati, e pensavamo: basterebbe poco, forse anche piccolissimi gesti a ridare dignità e ragione a quelle tante vittime a quei tanti defunti o presunti tali, al loro ricordo e soprattutto alle loro famiglie ed alle loro comunità.

Da sempre la morte di una persona non riguarda solo l’individuo che scompare, ma entrano in gioco altri elementi, quali i parenti, il gruppo sociale nel quale il defunto aveva vissuto. La morte violenta è da considerarsi ancor di più un “fatto sociale grave “, un vero e proprio sconvolgimento, non soltanto nel gruppo familiare, ma anche in quello più ampio della stessa società locale o di quella nazionale o globale soprattutto se questi casi, vengono rilanciati ponderatamente ed emotivamente come sempre più spesso accade sui social media. Per questo colpisce una storia apparentemente lontana come quella della pakistana Asia Bibi, una giovane donna cristiana, condannata a morte per blasfemia, secondo la legge coranica, che ha poi vissuto un calvario lungo nove anni di carcere ed ora è stata finalmente assolta da tutte le accuse dalla Corte suprema di quello Stato.

20080622 – ROMA – CLJ – EMANUELA ORLANDI: DOPO 25 ANNI SUI MURI DI ROMA I MANIFESTI. I manifesti che furono affissi in tutta Roma dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori. Emanuela Orlandi scomparve il 22 giugno del 1983, esattamente 25 anni fa, Mirella Gregori, anche lei quindicenne, poche settimane prima, il 7 maggio dello stesso anno.
ANSA/DRN

Per questo colgono nel segno, lasciano traccia e suscitano sempre un ritorno di emozione e di bisogno di verità, anche per noi, casi come quelli, di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, che proprio adesso dopo 35 anni dalla scomparsa, sembrano riaprirsi per il ritrovamento di due corpi sotto il pavimento della sede della Nunziatura apostolica a Roma. Per questo, una storia privata come è stato scritto, di una normale famiglia italiana che è la famiglia di Stefano Cucchi, in un attimo può cambiare e diventare quella del nostro Paese, quella della tua famiglia, con l’epilogo di questi giorni, con la confessione di uno dei carabinieri coimputati per l’uccisione del giovane romano che squarcia il velo di omertà, per fare giustizia e verità, ed ecco che arrivano alla sorella Ilaria numerosissime e-mail di persone che chiedono scusa per aver pensato che la morte di suo fratello in fondo potesse essere liquidata come la morte di uno sconosciuto tossico. Ecco, la morte violenta o peggio ancora la morte non confermata (la scomparsa o peggio “la lupara bianca”) frantuma l’equilibrio attivo della vita privata , ma anche quella collettiva e se questo vuoto sociale dipende dal ruolo e dalla posizione che il defunto o lo scomparso aveva nella vita della società; quella morte più delle altre annienta non solo la “persona fisica” ma anche la “persona sociale” e lascia in sospensione, in una sorta di galleggiamento perenne, il rapporto dell’individuo con il suo gruppo e la comunità che lo accoglieva, creando e diffondendo per lungo tempo un alone di oscurità e paura che immobilizza e rende silenti.

E la nostra mente corre ai ricordi d’infanzia, ai nostri territori, alla paura ingenerata nelle famiglie e nelle nostre teste per la scomparsa dei tre bambini Vincenzo Astorino, Domenico D’Alcamo Giuseppe La Licata spariti nel mistero più fitto ad Aspra il 9 Maggio 1968 a cui qualcuno, forse nel tentativo di non dover più scavare nella verità, decide di intitolare loro una strada. Ed ancora, a quei due giovani ragazzini Salvatore Colletta e Mariano Farina, all’epoca 15 e 13 anni, che il 31 marzo del 1992 scomparvero nel nulla da Casteldaccia. Un caso emblematico quest’ultimo, che ha goduto del richiamo mediatico più volte, basti pensare alle tante puntate dedicate dalle TV nazionali, e che pure sembra lasciare indietro, quasi del tutto assente l’intera comunità locale. Sono trascorsi 26 anni da allora, fra mille segnalazioni di avvistamento e mille ipotesi tanto realistiche tanto più drammatiche, le famiglie non hanno avuto più reali notizie. Ed ancora una volta di fronte alla riapertura delle indagini da parte della magistratura, riecco il dolore di una familiare, ancora una sorella, quella di Salvatore Colletta, Mariagrazia, nata due anni dopo la sparizione del fratello. “Un’assenza – racconta – che è stata presenza costante nella mia vita. Sono cresciuta con lui attraverso le sue foto, cerco sempre di fare appello, nella speranza possa essere ritrovato.” Non voglio attingere per loro, per i familiari superstiti alle reminiscenze omeriche di Ecuba, che chiede il corpo di Ettore al pelide Achille, né riesumare forse quelle più pertinenti storie di vecchi boss di mafia che dopo un certo tempo dalla loro scomparsa vennero restituiti ai familiari, per consentirne una pietosa sepoltura, perché credo che il grido più forte di giustizia e verità debba venire dalla società locale, dalla loro comunità, dal contesto entro cui quei giovani le loro famiglie vivevano ed avrebbero dovuto continuare a vivere un esistenza serena e normale.

Al giovane avvocato che mi accompagna alle porte del cimitero, e mi chiede quale impegno possiamo prendere nei confronti delle famiglie e dei due ragazzi scoparsi 26 anni or sono, sento di dire: non chiederemo un corpo su cui piangere nel rispetto dei morti, ma verità e giustizia, quella che è da un lato in mano alla magistratura e dall’altra alla comunità di oggi, più matura e consapevole, fatta di una rete di associazioni e di volontari , ma anche da quei coetanei degli scomparsi, a cui la ferita del distacco e le paure dei giorni e dei mesi successivi lasciarono traccia, quella dei giovani oggi quarantenni, uomini e donne, genitori, che dovrebbero sentire più forte degli altri il bisogno civile di rielaborare fino in fondo quei fatti, diradando finalmente quell’alone di oscurità,vincendo l’immobilismo ed il silenzio della paura.

Di Nino Amato

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here