In occasione del premio “Topazia Alliata”, il Comune di Casteldaccia ha aperto le sue porte ad un evento colmo di significato.
La sala pullulava di persone di qualsiasi età, dai più piccini agli anziani. Posti a sedere esauriti in poco tempo, gente in piedi, ingresso bloccato, gran chiasso in attesa dell’inizio della premiazione, tutto era avvolto in una nube di confusione che sembrava non sfiorare una sola donna.
Seduta al tavolo dei relatori una bellissima signora bionda, occhi color cielo, eleganza palpabile, imperturbabile, sorriso sereno, impeccabile. Dacia Maraini.
Dacia Maraini è la figlia di Topazia Alliata. Trascorre la sua infanzia in Giappone, dove si trasferisce con la sua famiglia. Nel ’43 furono chiusi in un campo di concentramento per ragioni politiche. Al ritorno in Italia si stabilirono in Sicilia. Questi sono gli anni dell’inizio della formazione letteraria di Dacia e gli stessi in cui lei avverte il desiderio di andare via. Appena maggiorenne raggiunge il padre a Roma e lì inizia la sua carriera. Inizia a scrivere e pubblicare diversi libri fino a diventare una delle più grandi scrittrici, poetesse, drammaturghe, saggiste e sceneggiatrici italiane.
Siculum ha intervistato per voi questa grande donna.

Signora Maraini, è definita una scrittrice, poetessa, drammaturga, saggista e sceneggiatrice. Ma lei come si definisce?
Io mi definisco una raccontatrice di storie. Posso usare il teatro, il romanzo, ma racconto storie.

Nel ’43 è in un campo di concentramento con la sua famiglia. Cosa ricorda di quest’esperienza?
Mah, dovrei scrivere un libro per dirglielo. Non posso adesso ricordare velocemente così. Posso dire che è stata una grande esperienza che mi ha segnato per la vita.

Ho letto la sua biografia nel suo sito e una frase mi ha colpito molto. Viene detto che quando si stabilisce in Sicilia inizia gli studi, inizia la sua formazione letteraria e lì nasce il desiderio di fuggire. Questo sentimento è molto comune negli ultimi anni, soprattutto tra i giovani. Perché?
Perché mi sentivo un po’ stretta. Deve pensare che negli anni ’50 la condizione delle donne era molto… Le donne erano chiuse in casa, c’erano molte restrizioni. Io mi sentivo poco libera, libera semplicemente di muovermi. Siccome la mia famiglia aveva avuto un’educazione alla libertà, questo controllo ferreo delle donne mi dava molto fastidio, sembrava un’offesa alla dignità della persona.

E proprio sulle donne lei scrive. Uno dei libri che mi ha colpito è stato “L’amore rubato”, in cui racconta le vicende di alcune donne vittime di violenza domestica. Come le è venuta l’idea di questo libro?
Dall’indignazione. Dall’ingiustizia. Io ho fatto tante indagini sulle ingiustizie, non solo contro le donne, ma anche contro i malati di mente, prigionieri dei manicomi, la violenza contro i bambini, contro gli anziani.

Per lei lo scrittore che ruolo ha?
Lo scrittore per me è un testimone. Non è che deve dire la verità, deve testimoniare il suo tempo, non deve dare messaggi universali. Deve testimoniare quello che succede.

Lei cosa consiglia ai giovani che vogliono approcciarsi a questa carriera?
Un giovane scrittore intanto deve leggere molto, stare proprio a bagno nella lettura. Io non consiglio di instaurare subito il rapporto con l’editore ma iniziare con le riviste, anche online, iniziare a mandare i propri scritti alle riviste.

Interrotte dalle innumerevoli persone che le chiedevano autografi, la salutavano e le facevano i complimenti, siamo costrette a chiudere l’intervista, che ,seppur breve, lascia grande spazio alla riflessione. Frasi brevi e concise, dette sorridendo, che fanno trasparire l’animo di una grande artista e donna, sicuramente toccata dalle sue esperienze che ha trasformato in punti di forza.
Nei suoi libri tutto questo traspare.
Una narrazione condotta con geloso pudore dei sentimenti e un’attenzione ostinata per i ritmi musicali della parola.”

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