Quel 3 novembre, quando tutto è cambiato

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Quando ero solo un bambino mi piaceva il mese di novembre. Iniziava sempre bene: i nonni mi riempivano di regali per i morti, pochi giorni dopo piovevano altri regali il giorno del mio compleanno. Era il mese in cui iniziava il freddo, la pioggia pian piano cominciava a farsi presente nella quotidianità delle persone e nella mia; la casa di campagna era circondata dalle foglie che, ormai ingiallite, iniziavano a cadere dagli alberi di ulivo, di nespolo e di limoni attorno alla casa. Potevo indossare i cappotti, che mi sono sempre piaciuti tanto. Insomma, amavo novembre.

Poi tutto è cambiato, tutto è dovuto cambiare quella notte del 3 novembre 2018. Erano circa le dieci e trenta di sera e, dopo un pomeriggio di piogge torrenziali in cui avevo perso la speranza di uscire a godermi il sabato sera, mi accorsi affacciandomi al balcone che l’intensità dell’acqua era diminuita, per cui mi convinsi che la serata non era persa. Velocemente mi vestii ed uscii in direzione di Bagheria. Subito notai che già sulla Statale 113 aveva smesso di piovere, infatti non mi spiegavo come mai avevo visto il geom. Salvatore Cassata – funzionario del Comune di Ficarazzi e vice responsabile dell’ufficio di Protezione Civile – sfrecciare verso Villabate a bordo del pickup assegnato alla protezione civile comunale. Avevo ipotizzato l’ennesimo allagamento dell’incrocio di Via Meli; soltanto più tardi avrei capito che, invece, stava correndo a prendere mia madre – da anni volontaria di protezione civile a Ficarazzi – che aveva appena terminato il turno al lavoro.

Intanto io mi trovavo a Bagheria, tranquillo dentro un pub con gli amici di sempre a scherzare, a parlare di argomenti dei quali adesso non ricordo, ma che dovevano essere all’altezza di un sabato sera: abbastanza leggeri, per non dire futili.

Il mio cellulare squillò alle undici e mezza circa, era mia madre. Pensavo dovesse farmi una ramanzina per essere uscito, nonostante lei mi avesse “suggerito” di non farlo la mattina. Risposi al telefono con il sorriso sulle labbra, lo stesso sorriso che sparì dal mio viso quando sentii mia madre urlare: “Dove sei? Il fiume è esondato! Il fiume è esondato!”. Bastò una frazione di secondo affinché capissi la gravità della situazione (mia madre raramente si allarma in questi casi, per ovvie ragioni), affinché la mia mente andasse a tutto ciò che avevo lasciato a Ficarazzi – i miei nonni, che avevo poco prima salutato e che mi dissero più volte di non uscire – e che in quel momento si trovava in pericolo. O almeno così era per me. “Non tornare per alcun motivo a Ficarazzi! L’acqua ha sommerso il ponte!” continuava ad urlare mia madre. La tranquillizzai, le dissi che stavo bene e che avrai trascorso la notte lì. Soltanto dopo avrei saputo che, mentre parlava con me, mia madre aveva l’acqua fino ai fianchi.

Fine delle comunicazioni. Quella notte, che passai insonne, non sentii più mia madre. Ero preoccupato, ma non come lo sarei stato se avessi saputo cosa stava succedendo. Volete la storia vera, quella che non sentirete mai dalle istituzioni in quanto – Deo gratias – qui non è morto nessuno? Bene. Lasciando da parte le famiglie evacuate nei pressi del fiume (se ve lo state chiedendo, sì, ci stavano delle famiglie), parliamo del motivo per cui mia madre aveva l’acqua fino ai fianchi. Il motivo è il seguente: la piena del fiume Eleuterio aveva travolto un’auto che passava sopra il ponte. I passeggeri attualmente sono vivi perché hanno avuto la fortuna di riuscire ad aggrapparsi ad un albero adiacente al ponte; mia madre e il geom. Cassata tentavano di raggiungerli per portarli in salvo. L’acqua era alta e la corrente forte, pertanto hanno dovuto desistere dal loro proposito. Non essendoci appigli disponibili, non erano agganciati a nulla… in sostanza, se si fosse verificata un’altra piena improvvisa, la corrente li avrebbe trasportati in mare aperto. Probabilmente adesso sarei orfano.

Intervennero, quindi, i sommozzatori, che riuscirono a mettere quelle persone in salvo. E finalmente, dopo circa un’ora, il livello dell’acqua scese; per scrupolo decisero di “fare un giro” nella contrada adiacente al ponte sul fiume, per capirci Via dei Cotogni. Lì l’acqua non era ancora defluita del tutto e vi era una famiglia intrappolata dentro casa. Ancora un po’ di pioggia e la tragedia di Casteldaccia e del fiume Milicia si sarebbe replicata. Si avventurarono la Protezione civile insieme alle forze dell’ordine presenti (carabinieri e vigili del fuoco), che trovarono una famiglia terrorizzata, in preda al panico, che si rifiutava di evacuare la casa ormai quasi del tutto allagata. Alla fine uscirono tutti, uscì anche mia madre con un Christian di cinque mesi in braccio.

L’indomani, la mattina del 4 novembre, per ironia della sorte era bel tempo, faceva quasi caldo. Il sole brillava alto nel cielo, mentre facevo ritorno a Ficarazzi, mentre già si contavano i danni. Prima di andare a casa decisi di fare una piccola perlustrazione nel paese, un po’ per capire in che stato era. Il corso principale “intatto”, sembrava che non fosse successo niente, che fosse stato soltanto un brutto sogno. Poi capii, quando arrivai alla spiaggia della Crucicchia, quella spiaggia che l’estate che è trascorsa mi ha dato tanti bei ricordi e che avevo imparato ad amare, quella spiaggia che adesso non esiste più.

In quel momento capii che l’Eleuterio non era lo stesso fiume di quando ero bambino, silenzioso e quasi irrilevante nella vita del paese; in quel momento capii che l’Eleuterio si era fatto vivo, aveva vomitato rabbia su Ficarazzi, che non starebbe più stato quieto nel suo letto a guardare le auto passare sul ponte che lo sovrasta. Da quel momento tutti abbiamo capito che l’Eleuterio c’è, esiste e può costituire un grave problema. Da quella notte non amo più novembre, da quella notte quando piove – anche solo per un momento – si fa viva la paura del figlio di una volontaria di Protezione Civile.

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