Giovani universitari diventano parlamentari italiani!

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Palazzo delle Aquile, sede di rappresentanza del Comune di Palermo, ha aperto le porte ai giovani universitari. Il 30 novembre e il 1 e 2 dicembre si è svolta in questa splendida cornice cinquecentesca una simulazione del Parlamento Italiano, che – grazie all’organizzazione delle associazioni studentesche Vivere Scienze PoliticheVivere Giurisprudenza – ha visto la partecipazione di circa 100 studenti dell’Università degli Studi di Palermo. Il tutto anche grazie al Comune di Palermo che ha concesso il suo patrocinio.

La simulazione, denominata Italian Parliament Model, aveva lo scopo di far indossare a giovani studenti universitari le vesti di parlamentari italiani e far affrontare loro un tema di grande attualità nello scenario politico e culturale del Paese: la gestione del fenomeno migratorio. I ragazzi partecipanti sono stati smistati in Commissioni parlamentari che, nei primi due giorni della simulazione, hanno analizzato il fenomeno migratorio dal punto di vista del proprio ambito di competenza (ad esempio la Commissioni Affari costituzionali ha preso in esame il sistema dell’accoglienza negli Enti Locali) e messo a punto una proposta di legge redatta in articoli. Le proposte di legge preparate dalle diverse Commissioni sono state discusse in assemblea plenaria il terzo giorno, durante il quale – all’interno della Sala delle Lapidi – i testi delle proposte sono stati emendati e, alla fine del dibattito, fatti confluire in un’unico testo di legge armonizzato, il quale ha preso le sembianze di una vera e propria proposta di legge parlamentare.

Oltre ad un valore pedagogico (cioè sperimentare in prima persona il funzionamento delle istituzioni nazionali), il progetto ha avuto un altro valore, forse più importante: indurre i partecipanti ad un confronto democratico che si è svolto sul terreno dei principi e non su quello degli interessi di parte. Probabilmente il vero Parlamento è questo e non quello che si trova a Roma, in cui troppo spesso si è abbandonato il confronto dei principi per lasciarsi andare a scontri fra interessi particolari da ricondurre a gruppi di persone (quindi non a tutta la collettività). Troppo spesso la classe politica dimentica che c’è un momento per legiferare (e si legifera sulla base dei principi) e un momento per fare la campagna elettorale, in cui ciascun partito deve mettere in luce le proprie proposte sulla base delle inclinazioni del proprio bacino elettorale. Quando si dimentica questa differenza, si instaura un clima di perenne campagna elettorale, dal quale scaturiscono proposte di legge che, da una parte esaltano l’elettorato del parlamentare (o dei parlamentari) proponente, e che, dall’altra, esulano del bene collettivo e sono lontane dal risolvere il problema che di volta in volta si presenta.

Nel caso del tema affrontato durante la simulazione parlamentare svolta nei giorni scorsi, cioè il fenomeno migratorio, le dinamiche sopra illustrate degenerano fino alle estreme conseguenze. Mentre a Roma si discute se l’immigrazione sia un bene o un male per il Paese, senza neanche provare a trovare una soluzione per disciplinarla, gli universitari palermitani hanno avanzato proposte quali la gestione pubblica dei centri di accoglienza, la valorizzazione delle competenze dell’immigrato da usare nell’ambito di un interscambio linguistico con i cittadini italiani (che, al contrario del resto dei cittadini europei, difficilmente parlano una seconda lingua) e l’identificazione sulle coste nordafricane di coloro i quali sono da considerarsi rifugiati politici, al fine di dare a questi soggetti la dovuta protezione nel minor tempo possibile e in condizioni di sicurezza.

I lavori in commissione e il dibattito svolto in assemblea plenaria hanno consentito ai partecipanti di arricchirsi reciprocamente adottando la tecnica del learning by doing (imparare facendo) che, all’avviso delle associazioni organizzatrici, è molto più efficace di qualsiasi lezione frontale svolta dentro le facoltà universitarie: se due o più persone possiedono conoscenze e competenze diverse, alla fine del dibattito ne escono più ricche, in quanto tutti integrano le proprie conoscenze e competenze con quelle che prima del dibattito non avevano. E’ questo, forse, il vero punto di debolezza del sistema educazionale italiano: l’eccessiva settorializzazione del sapere.

Non sarebbe il caso, all’interno dei curricula scolastici e accademici, di istituzionalizzare l’organizzazioni di queste simulazioni?

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