La raccolte delle olive negli occhi di un ventenne.

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Oggi vorrei uscire un pò fuori dagli schemi e dalle mansioni che questo giornale mi ha affidato, così da potervi raccontare e rivivere insieme a voi, cari amici, i riti, la tradizione, i profumi e la “sacralità” che si nasconde dietro la raccolta delle olive per il nostro territorio.
Per i “forestieri”, o comunque per i casteldaccesi non perfettamente “autoctoni”, quella delle olive potrà sembrare uno dei tanti passaggi che compongono un anno agricolo… Ma per un casteldaccese no, non potrà mai essere una banalità!
Ed io, che sono nato appena nel 1996, cercherò quest’oggi di compiere il sacrilegio di spiegarvelo.

Sono cresciuto, per fortuna mia, in una famiglia dalla forte tradizione contadina e dall’amore spassionato per la terra, e quindi, da almeno 15 anni tengo delle olive in mano tra Ottobre e Dicembre; come del resto è abituato a fare ogni bambino e ragazzo casteldaccese da generazioni.
Ecco, questo è proprio il primo aspetto su cui vorrei farvi riflettere: la tradizione che si tramanda.
Si va da padre in figlio, da nonno a nipote, sperando e auspicando che quelle usanze restino immortali nel tempo.
Il secondo aspetto invece su cui vorrei focalizzarmi è il forte senso di unità familiare e di comunità che viene a crearsi: l’abitudine di ritrovarsi in campagna, lavorare insieme, fianco a fianco, magari o quasi certamente agli “ordini” del capofamiglia, del più anziano. Già, perché ognuno ha il suo ruolo ben preciso, la propria mansione, come in una catena di montaggio, come in una scala gerarchica delineata dal tempo e dall’esperienza.
Se sei “picciriddu” o “carusu” non puoi sognarti di salire sulla scala, di tenere “à canna” in mano o, da dieci anni a questa parte, “ù scutuala alivi” (lo scuotitore meccanico), di insaccare le olive nei classici sacchi di juta del caffè… No, ad ognuno il suo.
Quindi tu, caro picciriddu, potrai dare una mano a stendere le tende sotto gli alberi o a raccogliere le olive da terra. Al resto penseranno i grandi con la loro esperienza, perché quasi come un figlio ogni albero dovrà essere spogliato delle sue olive in maniera differente, seguendo centinaia di schemi differenti in base alla conformazione della pianta. E stai attento, picciriddu, che semmai avrai l’onore di “sfilare” le olive dall’albero con la tua “raspuzza” dovrai essere gentile e attento con l’albero, quasi come in un rito di ringraziamento verso la pianta per ciò che ti sta dando.
Il terzo aspetto che contribuisce a donare sacralità a questo evento è l’inevitabilità: già, perché puoi essere impiegato, libero professionista, medico o non amare la campagna, però sai, che quasi per non perdere la faccia nei confronti dei parenti più anziani o per non compiere un’offesa tra le più grandi, tra Ottobre e Dicembre, caro mio, ti devi andare ad “arricampari alivi”.
E lo sai, che in questi tre mesi, ogni weekend, che ti piaccia o no, dovrai alzarti alle sei del mattino e compiere il tuo dovere da casteldaccese.
Poi, cari amici, proprio sulla mattina ci sono immagini che non potrò mai dimenticare, che se avessi avuto una macchina fotografica con me le avrei immortalate dieci, cento, mille volte.

Colonne di auto, lambrette, fuori-strada che da Via U. La Malfa si incamminano nel buio delle ultime ore notturne verso ù Ciannaru, à Naurra o verso C.da Corvo (solo per citare

 

alcune delle nostre contrade). Allora tu, giovane adolescente ancora assonnato, magari fino a qualche minuto prima speranzoso nella pioggia per restare a casa, improvvisamente non ti senti più solo, ma vedi un’intera comunità che si lascia il paese alle spalle e si sposta verso la campagna. E magari incontri altri tuoi coetanei, visti il giorno prima nei corridoi del tuo liceo o a Viale delle Scienze, piegati, a raccogliere olive, e capisci quindi che a quel magnifico rituale non puoi proprio sottrarti.

Arriva poi il secondo passaggio fondamentale: la molitura delle olive. Momento carichissimo di significato e di profumi inimitabili, il mio preferito, incastonato quasi per magia con gli odori e le luci dell’autunno.

Pensando quindi a questi momenti non posso non rivivere i pomeriggi passati “ò trappitu” (il frantoio). Tornando da scuola o adesso dall’università, si ha appena il tempo di pranzare, e si vanno a caricare le olive, il frutto di giorni e giorni di lavoro.
Il più delle volte si arriva lì per le tre-quattro del pomeriggio e si usciva da lì che era quasi sera.
Quelli ò trappitu probabilmente rappresentano i momenti in cui tocchi davvero con mano i concetti espressi prima: il senso di comunità e la tradizione. Ascoltare i discorsi dei più anziani, i loro aneddoti, le loro avventure, le ansie per l’annata in corso e i paragoni con quella precedente, il bilancio dell’ultima “macinatina” e le speranze per quella che verrà.
Poi arriva il momento, tocca alle tue olive. Si balza in piedi dalle sedie, si va verso gli ormai moderni macchinari, e quasi come un padre le segui centimetro per centimetro in tutti i loro passaggi, commentando, orgoglioso, il loro aspetto con gli altri.

Si arriva alla fine del ciclo di molitura e vedi tuo padre che prepara i recipienti per accogliere lui: l’oro verde. Gli altri si avvicinano, si scruta sempre il momento finale, si osserva il colore, ma sopratutto non appena metti il tappo all’ultimo bidone scatta la fatidica domanda: “a quantu ti ittò?” (com’è stata la resa?). Lì negli anni ho imparato a scrutare diversi tipi di risposte… Chi si nasconde, chi preferisce non rispondere, chi fa il vago, da buoni uomini di “panza”
Esci dal frantoio, magari sono appena le sei del pomeriggio ma è già buio pesto, fantastico.
Magari ha anche piovuto e senti quel mix di odori dato fumo del comignolo del frantoio, dall’odore dell’olio che hai tra le mani e dalla pioggia che ha appena bagnato le nostre strade.
E magari, prima di tornare a casa, ti fermi anche in uno nei nostri panifici, e visto l’orario ti prendi due “vastedde” belle calde: l’olio va provato.
Arrivi finalmente a casa, e metti l’olio nelle “giarre”, dovrà riposare perché pizzica ed è caldo.

Proprio come un cavallo imbizzarrito dovrà essere domato per esprimere poi tutto il suo valore.
Ma tu sei casteldaccese e devi sempre sorprendere e quindi, la  del bidone, la metti in un piatto e ci “abbagni” la vastedda ancora calda. Pizzica, brucia, ma dentro sento il sapore di quelle mille emozioni e fatiche che hai provato per giungere a quel risultato, sapendo che ogni goccia di quel tesoro verde rappresenta il tempo che si è fermato nel solco della tradizione.

Questo articolo lo dedico a tutti i casteldaccesi che amano la propria terra e il proprio paese, con la speranza di avervi trasmesso anche solo un centesimo delle emozioni, degli odori e dei sapori che provo io ogni anno. Concludo con una sola grande certezza: ciò che siamo e il legame con la nostra terra resisterà anche alla più violenta e feroce delle globalizzazioni: siamo un baluardo di storia e depositari di tradizioni immortali.

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